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Ama è overruling

Perché gli uomini non mi richiamano

I libri, come strumenti di conoscenza, di ottenimento del sapere, del chi-siamo, da-dove-veniamo, dove-minchia-andiamo, ma soprattutto, “perché non mi richiama”, i libri no, non servono a niente.

Quello che non vi viene detto è che il “sapere” si ottiene preparando dolci.

E per celare questa verità, imbastirci di falsità tanto si sono impegnati i nostri storiografi.

In via esemplificativa, si tenga presente Newton.

Il nostro caro Isacco, presentatoci come quello sfigatello che, un bel dì, trascorreva la sua ora d’aria dall’intenso studio steso all’ombra di un albero a guardare delle mele – cioè, ma che minchia fai, Isacco? – in realtà era impegnato nella preparazione di una torta di mele. E proprio nell’intento di leccare l’impasto crudo, gli è cascata l’intera ciotola giupperterra e, tra una parolaccia e l’altra, BAM!

Ecco a Voi, Signori, scoperta la forza di gravità!

E io?

26 anni buttati sui libri, e mò appresso a un tamarro che si-salvi-chi-può, e mò un compito di greco, e mò a piangere per quello che ti lascia perché parte alla scoperta di Atlantide, sai..la distanza! “Ma non è quello lì seduto al bar?”, e mò l’esame di diritto privato, notti insonni perché “Ti chiamo tra poco” disse nel ‘92, e mò la laurea, il lavoro.

Il tutto sempre inframezzato da riunioni straordinarie in seduta plenaria tra amiche che, oh, tanto al perché non si ci arriva mai.

Ebbene, dopo una vita che, straziante, ripetitiva come un pendolo, con rintocchi echeggianti tra studio e storie/non storie/”Mi ama” “Ma ti conosce?” “No”, ho capito la verità. E quando l’ho capita non stavo sui libri. Stavo preparando una Torta allo Yogurt.

Proprio in quel momento, ho capito perché gli uomini non mi richiamano.

E non è stato per niente facile! Noi donne sappiamo quanto sia arduo ed estenuante imparare e mettere in pratica le norme del Codice dell’Approccio. Come capire perché non funziona?

Per non parlare del fatto che ste norme vanno applicate tutte insieme, contemporaneamente!

Per permettervi di meglio comprendere la questione e concordare con quanto rilevato nella mia sensazionale scoperta, dividerò la cosa in due fasi: il “prima” e il “durante”. Il “dopo”, date le premesse, ovviamente non c’è.

Ebbene. Prima di conoscere un uomo, rectius mentre lui mi guarda e io ancora non me ne sono accorta, riesco davvero a sembrare una ragazza figa.

Come il Codice insegna, infatti, mentre cammino, cosciente di uno dei principi fondamentali del Codice, quale “il pericolo [ndr. l’uomo] è sempre in agguato”, seguo tutte le dovute regole, tendenzialmente alla perfezione.

Dal basic “pancia in dentro, petto in fuori”, cortesemente senza sembrare una gallina, camminata spedita, perché sei business-woman; sorriso in volto, mentre pare che stai facendo una importante conference call con le cuffie dell’I-Phone, mentre in realtà stai ascoltando Justin Bieber.

Traspira comodità sui tacchi 12, che tante le piaghe, “Ve prego, tagliatemi i piedi”, pensi.

E poi la borsa, “Come se ti si appendesse qualcuno al gomito, ma leggera come se non lo facesse”, cioè aspè, non ho capito.

Il tutto evitando di cadere, cercando di sembrare naturale e ricordandoti di respirare.

Na tragedia.

C’è da dire che, mentre tento questa mortale impresa, non dico di sembrare figa, ma certo non faccio così schifo. Nel “prima”, almeno.

Poi capita che amici in comune, l’alcol, insomma si crea il contatto e si esce insieme.

Se non aprissi il portone del palazzo, per avventurarmi su quella maledetta giungla assassina, alias il “durante”, che andrà inesorabilmente a uccidere il mio inerme “dopo”, brutalmente fatto fuori, io sarei al sicuro nella mia personale versione della figa da Codice dell’Approccio. E invece, apro il portone e mi affaccio inconsapevole all’inevitabile rovina.

BAM! Morte.

Si apprestano da quel momento alla mia indifesa esistenza, prima con calma, infami, poi travolgendola violentemente, una serie di eventi nefasti e imprevedibili.

Ed è così che la mia naturalissima camminata pancia-in-dentro-petto-in-fuori diventa la perfetta imitazione di una gallina spaurita. Il faccia-a-terra è matematico, perché l’uomo – dice il Codice – è sempre in agguato, ma lo scalino pure.

Il sorriso sgargiante, bianchissimo, che se non ce l’hai, a norma del Codice, piuttosto mettiti lo stucco in bocca, diventa un campo minato. Sì perché, sempre per fare la figa, che ti magneresti primo, secondo e pure il cameriere, tu ordini l’insalata. E quando ti ricordi che l’insalata non va ordinata perché si incastra tra i denti è perché si è già incastrata tra i denti.

Insomma, come se urlassi a squarciagola, mani al cielo, scettro in pugno “Potere della figura di merda, vieni a meee!”, vengo puntualmente accontentata.

Ed ecco lì che le parole si aggrovigliano in bocca, dico cose senza senso, cado, sputo, un bicchiere di vino e già mi si incrociano gli occhi, la borsa mi si rovescia rivelando inquietanti contenuti, forchetta del pranzo di 2 giorni prima – “ecco dov’era!” –, ciotola per l’acqua del mio cane, biscottini per il mio cane – “Ti piacciono i cani?”, così, per smorzare la tensione –, scarpe da ginnastica perché, in realtà, i tacchi li ho messi all’ultimo, perché io i tacchi li odio.

Finita l’opera di raccolta, puntuale come il mignolo del piede che si sfrantuma contro il mobiletto, arriva il cameriere con il vassoio preciso sopra la mia testa, con due favolosi cocktails poggiati sopra, pronti per essere sorseggiati occhi negli occhi…

O buttati per l’aria.

Eh certo, perché proprio in quell’istante, che due secondi dopo pareva brutto, io scaravento con fierezza la mia testa all’indietro, dicendo, “Tutto ok! raccolto tutto”.

Urto sotto il vassoio e i due cocktails si schiantano a 10m da noi.

E lì davvero non sai che fare.

E niente. Io ho capito.

Gli uomini non pensano se vogliono richiamarmi o meno. Se ne valga la pena o meno.

Piuttosto, pensano che una strana forza sovrannaturale si sia impossessata di me, voglia farmi fuori. Forse pensano che mi sia venuto un coccolone. Che non abbiano niente da fare se non chiedere l’orario di visite per venirmi a trovare mentre sarò sottoposta a terapia.

E già mi vedono su quel lettino, mentre continuo a sputare, a dire cose senza senso, con una svalangata di specialisti attorno a me che mi guardano con sospetto mentre sussurrano tra loro “Ma fino a poco fa era figa, cosa caspita le è preso mò?”.

Loro non pensano di volermi rivedere o meno. No! A quello step manco ci arrivano, poverini!

Loro pensano che sarò inevitabilmente ricoverata per guarire da questa pazzia che si è impossessata di me.

Pensano solo che l’orario di visite sarà super affollato, perché sono del Sud quindi di parenti ne ho tantissimi. E dunque non vogliono disturbare. Ecco perché non mi richiamano, perché di gente che mi verrà a trovare ce ne sarà parecchia e noi, no, non ci conosciamo granché. Quindi meglio evitare.

E poi, magari “Peccato! Avrei voluto conoscerla meglio! Vediamo se quando finisce la cura si fa sentire”.

Ecco qua.

Tante grazie alla illuminante Torta allo Yogurt.

I tassisti

I tassisti sono un’anima inquieta, sensazioni, umori indecisi di fronte all’ebrezza fugace di una corsa.

I tassisti portano i cuori di noi donne alla ventura, verso ciò che non sappiamo se sarà un successo indimenticabile o un fallimento inguaribile.

Sì. Solo di noi donne. Questione di statistica. E la statistica dice che, durante la notte, gli uomini giocano con la play-station, mentre le donne sognano. O ricordano, che dir si voglia.

Così chiamiamo un taxi, puntuali, nel cuore della notte e, tra un sospiro, una speranza, un dubbio su ciò che vogliamo fare e cosa potremmo risparmiarci ancora un’altra volta, pronunciamo quel maledetto indirizzo di quel maledetto ragazzo che si trova in quel maledetto posto dall’altro lato della città e che maledettamente stasera ci ha scritto dopo settimane, mesi e noi ci abbiamo intravisto qualcosa, quindi chiamiamo il nostro predestinato taxi e andiamo.

E vi stupirò, uomini.

La parte più devastante dell’excursus, non è il momento in cui citofoniamo, vi scriviamo su whatsapp “Ci sei?”, ma non ricevete, non visualizzate (non dico visualizzate e non rispondete, perché quello fa parte di una categoria estremamente residuale e lì non resta che risalire in macchina, tornare a casa e scolarci una damigiana da 18L.).

Ebbene. Eravamo rimasti al fatto che non ricevete/non visualizzate, ma la mente femminile è varia e variopinta, versatile e poliedrica, fantasiosa – a tratti drogata –, una cornucopia incessante di scuse dal carattere incredibile.

Quindi cominciamo a dirci che state in doccia, avete la tv ad alto volume, state ascoltando i compiti alla sorellina, che noi non sapevamo aveste e che invece evidentemente avete, alle 2 di notte, e vabbeh, sta sorellina non solo esisterà, ma soffrirà di insonnia!

Insomma, quando la nostra mente sta già architettando, con la stessa verosimiglianza dei sottomondi di Inception, le suesposte giustificazioni, il nostro pollice già clicca “Invio” e mandiamo un sms.

UN SMS! Nel 2016! E la nostra generazione lo sa. Un sms vale più di mille parole. Vuol dire che stai a pezzi sorella.

Non per rovinare le dolci aspettative, lei che sale, si tuffa in un bacio esasperato e lui che non aspettava altro.

Fatto sta che, tornando all’sms inviato, poco dopo siamo di nuovo sedute sul sedile passeggero, sperando di non piangere.

E lì comincia il cuore di questo racconto: “il discorso col tassista”.

Io non so che strana abilitazione ci voglia per diventare tassisti. Ma di una cosa sono certa: c’è un supermegadifficilissimo esame dal nome “Lei sotto casa sua, lui non risponde. Mò te la tieni tu. Che le dici?”

Disastro.

Solo che i tassisti provano queste incertezze perché non sanno di essere geneticamente programmati a una simile disavventura.

Chi di noi non ricorda quel ritorno in taxi, col suo profumo addosso (questa volta siamo riuscite a salire), che sospiriamo guardando il panorama, e lui dice: “Signurì, che sospirate?”

“Napoli è sempre romantica”

“E se è accussì romantica, perché nun v’ha accumpagnat iss (lui)?”

BAM. LA VERITA’. Ma noi volevamo sentirci dire “Ma magari domani lavora”. Lui non lavora, non studia. Vegeta. Ma ci saremmo sentite momentaneamente meglio.

E come dimenticare quella notte, proprio quella notte lì, in cui una ragazza in pigiama, saliva in taxi.

Il tragitto, lungo, la regola “dall’altra parte della città” vince sempre. La ragazza, un po’ emozionata, un po’ logorroica, si confidava.

Risposta: “Signurì [anche la regola del sud vince sempre], bello il vostro amore, lui perfetto, voi insicura. E perché state andando voi da lui mò?”

E lì, come se quanto detto non bastasse, arriva il portone. Quello che varcheremo. Se lui vorrà.

“Ma che ne dice, magari è stanco?”

Minchiate.

Interviene lui, come un filmine a ciel annebbiato dalle nostre pippe mentali prive di base logica.

Lui, il tassista che si è sentito la nostra manfrina sull’amore, si allunga sul sedile passeggero mentre stiamo per chiudere la portiera e dice: “Signurì, io vi aspetto che chist è strunz, è capace che non apre”

E capiamo: che ci faccio qui?

Ma ormai ci siamo. Che facciamo? Non bussiamo?

“Signurì, se non volete bussare io vi riaccompagno a casa gratis”

E invece no. Bussiamo. E saliamo. Speriamo, almeno.

E allora la rivelo a noi donne questa volta una cosa.

La prossima volta, andiamo a un chioschetto qualsiasi, con quel tassista tanto premuroso. Prendiamoci una birra. E facciamoci due risate.

A meno che non vogliate ritrovarvi un’ennesima volta, qualche sera dopo, davanti al suo portone a chiederci se è giusto o no e alla fine bussare.

Perché i tassisti hanno sempre ragione: Perché nun è venuto ìss??

Lavoratrice terrona deportata a Milano.
FASE: Lavori in corso.

Il mio uomo ideale è stupendo, predeterminato, inderogabile.
È il classico uomo che guida l’auto la mattina, con il braccio sinistro sul finestrino, pensieroso perché sa che avrà mille telefonate e un milione di meeting perché è troppo intelligente e tutti lo vogliono. Che in macchina ha indosso camicia e cravatta, la giacca poggiata dietro, la metterà quando arriverà in ufficio. Che anche con 40 gradi lui non suda, perché è meraviglioso, è un marziano. E ogni mattina, con i suoi modi dotti e galanti, mi scrive “Amore non ho voluto svegliarti, sono uscito. Ti ho ordinato la colazione”.
Poi c’è la vita reale. Io che mi sveglio alle 6 e corro per andare a lavoro. Che sono pensierosa perché non so in che minchia di altro guaio mi ficcherò nel giro di poche ore. Che alle 7 del mattino mi sto già ingurgitando un hamburger al volo. Che inciampo alternativamente su scale mobili o marciapiedi.
E il tizio che sta facendo i lavori sotto casa mia, con quella canotta gocciolante e fetida che non cambia da mesi, che mi saluta “We giao bbella”, diamine, trasuda testosterone da tutti i pori.

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