Lavoratrice terrona deportata a Milano.
FASE: Lavori in corso.

Il mio uomo ideale è stupendo, predeterminato, inderogabile.
È il classico uomo che guida l’auto la mattina, con il braccio sinistro sul finestrino, pensieroso perché sa che avrà mille telefonate e un milione di meeting perché è troppo intelligente e tutti lo vogliono. Che in macchina ha indosso camicia e cravatta, la giacca poggiata dietro, la metterà quando arriverà in ufficio. Che anche con 40 gradi lui non suda, perché è meraviglioso, è un marziano. E ogni mattina, con i suoi modi dotti e galanti, mi scrive “Amore non ho voluto svegliarti, sono uscito. Ti ho ordinato la colazione”.
Poi c’è la vita reale. Io che mi sveglio alle 6 e corro per andare a lavoro. Che sono pensierosa perché non so in che minchia di altro guaio mi ficcherò nel giro di poche ore. Che alle 7 del mattino mi sto già ingurgitando un hamburger al volo. Che inciampo alternativamente su scale mobili o marciapiedi.
E il tizio che sta facendo i lavori sotto casa mia, con quella canotta gocciolante e fetida che non cambia da mesi, che mi saluta “We giao bbella”, diamine, trasuda testosterone da tutti i pori.

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