I tassisti sono un’anima inquieta, sensazioni, umori indecisi di fronte all’ebrezza fugace di una corsa.

I tassisti portano i cuori di noi donne alla ventura, verso ciò che non sappiamo se sarà un successo indimenticabile o un fallimento inguaribile.

Sì. Solo di noi donne. Questione di statistica. E la statistica dice che, durante la notte, gli uomini giocano con la play-station, mentre le donne sognano. O ricordano, che dir si voglia.

Così chiamiamo un taxi, puntuali, nel cuore della notte e, tra un sospiro, una speranza, un dubbio su ciò che vogliamo fare e cosa potremmo risparmiarci ancora un’altra volta, pronunciamo quel maledetto indirizzo di quel maledetto ragazzo che si trova in quel maledetto posto dall’altro lato della città e che maledettamente stasera ci ha scritto dopo settimane, mesi e noi ci abbiamo intravisto qualcosa, quindi chiamiamo il nostro predestinato taxi e andiamo.

E vi stupirò, uomini.

La parte più devastante dell’excursus, non è il momento in cui citofoniamo, vi scriviamo su whatsapp “Ci sei?”, ma non ricevete, non visualizzate (non dico visualizzate e non rispondete, perché quello fa parte di una categoria estremamente residuale e lì non resta che risalire in macchina, tornare a casa e scolarci una damigiana da 18L.).

Ebbene. Eravamo rimasti al fatto che non ricevete/non visualizzate, ma la mente femminile è varia e variopinta, versatile e poliedrica, fantasiosa – a tratti drogata –, una cornucopia incessante di scuse dal carattere incredibile.

Quindi cominciamo a dirci che state in doccia, avete la tv ad alto volume, state ascoltando i compiti alla sorellina, che noi non sapevamo aveste e che invece evidentemente avete, alle 2 di notte, e vabbeh, sta sorellina non solo esisterà, ma soffrirà di insonnia!

Insomma, quando la nostra mente sta già architettando, con la stessa verosimiglianza dei sottomondi di Inception, le suesposte giustificazioni, il nostro pollice già clicca “Invio” e mandiamo un sms.

UN SMS! Nel 2016! E la nostra generazione lo sa. Un sms vale più di mille parole. Vuol dire che stai a pezzi sorella.

Non per rovinare le dolci aspettative, lei che sale, si tuffa in un bacio esasperato e lui che non aspettava altro.

Fatto sta che, tornando all’sms inviato, poco dopo siamo di nuovo sedute sul sedile passeggero, sperando di non piangere.

E lì comincia il cuore di questo racconto: “il discorso col tassista”.

Io non so che strana abilitazione ci voglia per diventare tassisti. Ma di una cosa sono certa: c’è un supermegadifficilissimo esame dal nome “Lei sotto casa sua, lui non risponde. Mò te la tieni tu. Che le dici?”

Disastro.

Solo che i tassisti provano queste incertezze perché non sanno di essere geneticamente programmati a una simile disavventura.

Chi di noi non ricorda quel ritorno in taxi, col suo profumo addosso (questa volta siamo riuscite a salire), che sospiriamo guardando il panorama, e lui dice: “Signurì, che sospirate?”

“Napoli è sempre romantica”

“E se è accussì romantica, perché nun v’ha accumpagnat iss (lui)?”

BAM. LA VERITA’. Ma noi volevamo sentirci dire “Ma magari domani lavora”. Lui non lavora, non studia. Vegeta. Ma ci saremmo sentite momentaneamente meglio.

E come dimenticare quella notte, proprio quella notte lì, in cui una ragazza in pigiama, saliva in taxi.

Il tragitto, lungo, la regola “dall’altra parte della città” vince sempre. La ragazza, un po’ emozionata, un po’ logorroica, si confidava.

Risposta: “Signurì [anche la regola del sud vince sempre], bello il vostro amore, lui perfetto, voi insicura. E perché state andando voi da lui mò?”

E lì, come se quanto detto non bastasse, arriva il portone. Quello che varcheremo. Se lui vorrà.

“Ma che ne dice, magari è stanco?”

Minchiate.

Interviene lui, come un filmine a ciel annebbiato dalle nostre pippe mentali prive di base logica.

Lui, il tassista che si è sentito la nostra manfrina sull’amore, si allunga sul sedile passeggero mentre stiamo per chiudere la portiera e dice: “Signurì, io vi aspetto che chist è strunz, è capace che non apre”

E capiamo: che ci faccio qui?

Ma ormai ci siamo. Che facciamo? Non bussiamo?

“Signurì, se non volete bussare io vi riaccompagno a casa gratis”

E invece no. Bussiamo. E saliamo. Speriamo, almeno.

E allora la rivelo a noi donne questa volta una cosa.

La prossima volta, andiamo a un chioschetto qualsiasi, con quel tassista tanto premuroso. Prendiamoci una birra. E facciamoci due risate.

A meno che non vogliate ritrovarvi un’ennesima volta, qualche sera dopo, davanti al suo portone a chiederci se è giusto o no e alla fine bussare.

Perché i tassisti hanno sempre ragione: Perché nun è venuto ìss??

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